Come scrivere un romanzo

La prova
di Andrea Mucciolo

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esempio di come scrivere un romanzo, ad opera dello scrittore Andrea Mucciolo

Odio Roma quando piove. Odio questa città, con tutto il cuore. Sono solo due mesi che sono giunto qui, e già ne ho abbastanza. Le già innumerevoli buche presenti abitualmente, quando piove raddoppiano, triplicano il loro numero, e diventano delle trappole mortali, voragini che sembrano fatte apposta per rovinare la vita degli automobilisti. Questa pioggia che appanna i vetri di questa vecchia Punto, come una fitta nebbia si alza dal suolo e tra schizzi d’acqua e un sole oramai latitante da tempo, non fa vedere oltre dieci dannatissimi metri, dieci metri in un maledettissimo giovedì di uno stramaledetto novembre in questo vergognoso paese. Vorrei andarmene, ma non posso.

“Non ti fidare degli umani”, me lo diceva sempre anche mia madre, e si sa, le proprie madri andrebbero ascoltate, “sono una razza cattiva, egoista, pronti a tutto per il loro interesse” e aveva ragione mia madre, come ti puoi fidare di persone che si uccidono per un parcheggio, esseri che buttano i loro figli nella spazzatura, che uccidono per soldi i loro padri e le loro madri. Credono di amare le persone a loro care questi esseri umani, ma in realtà, amano a malapena loro stessi, e l’unica cosa che interessa loro è il tornaconto che posso avere dai loro rapporti. Nessun umano ti dà nulla se tu non dai lui almeno il doppio. Eppure, ora io qui mi ritrovo, per la mia ambizione, per la mia puerile sete di viaggio e conoscenza, per la mia voglia di emergere, in questo pianeta disgraziato che non offre nulla, eccetto miseria e sofferenza.

Non ti fidare degli umani

Ancora due ore, solo due ore e mi sarei lasciato alle spalle questo luogo dimenticato da tutti gli dèì di ogni galassia. Solo una piccola missione da compiere. Un gioco da ragazzi, in pratica. Solo un piccolo omicidio, tutto qui, ma Etico, per così dire. La Commissione mi aveva ragguagliato su tutto:

“Devi dimostrare la tua capacità di servire la giustizia, come può essere appropriato per un agente al servizio del Regno di Zenon I della Galassia di Ormina. C’è uno stupratore, che non è solo tale, ma è anche un pedofilo e un assassino. È in regime di semilibertà, di giorno lavora come assistente bibliotecario alle Biblioteca Nazionale Italiana. Ti abbiamo procurato una tessera di iscrizione, un documento d’identità, la foto dell’uomo che devi cercare, e una pistola per ucciderlo. È tutto molto semplice, devi solo entrare, avvicinarti al banco dei libri in prestito, e sparare all’uomo, fino ad ucciderlo. Un compito semplice semplice, dimostraci quanto vali, dimostra quanto hai capito il valore della giustizia. Appena fatto questo, all’uscita troverai due nostri agenti, che in un attimo ti porteranno al sicuro, via da questo posto, anche se dovesse arrivare la polizia, noi ti aiuteremo a fuggire in un attimo”.

Un compito semplice semplice, solo un omicidio. E che ci vuole, basta schiacciare il grilletto. La pioggia non dava tregua, violentemente rimbombava sul parabrezza, la macchina sembrava sul punto di frantumarsi sotto la brutalità di questo temporale. Il Paese del Sole, ho sentito era soprannominato, una ragione ci dovrà pur essere, ma non me ne fregava nulla. Arrivai davanti alla biblioteca, il mio cuore batteva forte, la mia testa pulsava violentemente, peggio di questa dannatissima pioggia.
Omicidio. Una parola come un’altra, ma ora diversa da tutte le altre. Venti minuti allo scadere dell’ora prestabilita.
Non vedevo più nulla, il motore era spento, e i tergicristalli avevano cessato il loro continuo andar su e giù, come marionette programmate per gioco.


Giustizia. Quale giustizia? Quella degli umani, o qualcun’altra? Stupro, omicidio, pedofilia, le sole parole mi davano il voltastomaco. Quale diritto di vivere si potrebbe concedere ad una persona che si comporta a questa maniera, macchiatosi di crimini odiosi perfino per uno schifoso cane bastardo. Io dovevo compiere questo atto di giustizia, e non solo perché la Commissione mi aveva istruito di ciò, ma perché era giusto. Almeno volevo crederci. Sentii nella tasca interna della giacca, e sulla mia mano fredda si posò per un attimo l’ancor più freddo metallo della mia arma, un ghiaccio che mi gelò l’anima. Poi però mi accorsi di una cosa che nemmeno sapevo di avere, una busta da lettere, o qualcosa di simile. La tirai fuori dalla tasca della giacca. Evidentemente, un agente della commissione l’aveva messa lì assieme alla mia arma. Me la guardai per un attimo, infine l’aprii, e ne tirai fuori il contenuto. Tre foto, tre Polaroid, credo si chiamino. Nella prima c’era una bambina distesa per terra, con una gonna e una maglia di lana. Dal viso sembrava contenta, se non fosse per l’enorme macchia di sangue che le verniciava la testa. La seconda foto riprendeva un’altra bambina, ma questa volta nuda, con bruciature e lividi su ogni parte del corpo. La foto quasi mi cadde dalle mani. Con il cuore che pompava all’impazzata e un mal di testa galoppante, presi in mano la terza ed ultima foto, dopodiché non ressi più, e diedi di stomaco. Appena in tempo per aprire lo sportello e liberare il mio stomaco distrutto e tormentato sotto la pioggia. Bagnato dalla testa fin quasi al fondo schiena, richiusi la portiera della macchina, e notai che sotto l’ultima foto, c’era un foglio, chiuso a metà, lo aprii, e trovai scritte sopra sei parole, stampate in grassetto:


Affinché tu non abbia nessun dubbio


Crollai, il mio animo collassò, il mio cervello sul punto d’esplodere, in un attimo fui fuori dall’auto, correndo chinato sotto la pioggia, la mano sinistra che reggeva l’arma dentro la giacca, deciso, convinto come mai finora ero stato di entrare là dentro e di farla pagare a quel bastardo schifoso figlio di puttana, ad uccidere quel verme maledetto, a fare quello che questi disgustosi politici di questo paese ladro non avevano le palle per compiere. La mia sete di giustizia raggiunse lo spasimo, il mio desiderio di essere il messaggero di morte e vendetta oltre ogni limite. Consegnai il documento e la tessera all’entrata, una ragazza di venti o forse venticinque anni terrestri mi ringraziò con un dolce sorriso, quasi da bambina. Mi guardai un attimo attorno, e capii che il mio aspetto trasandato, da cane randagio per via dell’acqua che avevo preso, non era passato inosservato. Alzai il polso sinistro. Tre minuti, tre maledetti minuti. Avvistai in fondo alla sala un uomo. Tirai fuori dalla tasca sinistra dei pantaloni una foto. Era lui, nessun dubbio. Basta, era giunta l’ora, attesi solo che due ragazzi finirono di prendere in prestito un libro, ed iniziai ad avviarmi verso l’uomo, con le gocce d’acqua che dai capelli ancora mi cadevano sulle punte delle scarpe.
Lo faccio. Arrivai a tre metri. Poi a due metri. Arrivato ad un metro, l’uomo alzò lo sguardo. Ecco, è il momento.
“Prego?” fece l’uomo con un sorriso. A vederlo così sembrava un tipo qualunque, normale, non un pedofilo assassino. Sentii l’arma, ero per tirarla fuori quando un’esitazione prese possesso di me “Non è mai giusto uccidere” mi disse una vocina. L’uomo ora mi guadava come se fossi io il pazzo omicida. No, dissi a me stesso, è giusto, devo fare giustizia, non posso diventare come loro… quindi presi a tirare fuori l’arma, due centimetri e sarebbe stata fuori quando poi… non posso diventare come loro… queste parole mi immobilizzarono la mano, rimasi fermo come un perfetto idiota, bagnato, impaurito, con un tremendo mal di testa. L’uomo ora mi guardava quasi con compassione, un altro povero emarginato, avrà pensato.
Non posso diventare come loro
Ecco, ora avevo capito. La mia razza aveva da secoli rinnegato l’omicidio, no, non potevo abbassarmi a comportarmi come un volgare essere umano. No, mai, nessuno avrebbe potuto mai obbligarmi, avrei affrontato la Commissione e gli avrei vomitato in faccia quello che pensavo di loro.
“Posso aiutarla?”, quasi in automatico, consegnai all’uomo in luogo della pistola il foglio che mi aveva scritto un agente della Commissione, l’uomo l’aprì, lesse le poche parole, quindi mi disse:
“Sa dirmi almeno l’autore o la casa editrice?”, non capii una sola parola di quello che mi disse, ripresi il foglio dalle sue mani, e come un animale ferito corsi verso l’uscita, incurante della ragazza che con le sue grida cercava di comunicarmi che avevo lasciato lì i miei documenti.
Corsi fuori, all’aperto, aveva smesso di piovere, ma una frustata d’aria gelida mi schiaffeggiò il viso. Cercai di guadagnare l’auto, ma arrivato lì, trovai solo la mia condanna. Due uomini vestiti di blu scuro, magri, alti, con due ridicoli e completamente inutili occhiali da sole, appoggiati alla mia macchina. Mi fermai. Più che vomitare in faccia a loro le mie idee, sentivo che stavo di nuovo per dare di stomaco. Le mie gambe stavano cedendo, e stavo per piangere come un bambino, e inginocchiarmi davanti a loro e frignare un qualcosa tipo perdono o clemenza.


Il più anziano si avvicinò, si tolse gli occhiali, e mi rivolse la parola:
“Agente, o meglio ex-agente Obboghena, avevo sempre fin dall’inizio avuto dubbi su di lei, ma ora devo ricredermi”.
Non capii, o forse non potevo ancora capire, ma almeno riuscii a rimanere in piedi e a non piangere, mentre continuavo ad ascoltare le parole dell’uomo, che si infilavano nei miei timpani come lame nella carne viva.
“Tutti alla Commissione ritenevano che lei fosse un semplice servo, un leccapiedi, senza coraggio, e pronto a tutto per fare carriera, anche ad uccidere. Abbiamo quindi deciso di metterla alla prova e, ci creda, abbiamo fatto di tutto affinché lei la fallisse, ma così non è stato. Le avevamo detto che bastava uccidere un criminale, e la sua carriera sarebbe proseguita liscia come l’olio e proficua come l’oro. Ma lei, non ha voluto abbassarsi al livello di questa razza miserabile, dimostrando coraggio, senso di giustizia e soprattutto di ragionare con la propria testa. Pochi hanno superato la prova come lei, pochissimi. Benvenuto nella commissione, sia fiero, lei è adesso un membro attivo di una delle organizzazioni governative più importanti della nostra galassia”. L’uomo si avvicinò, mi sorrise, e mi diede una pacca sulla spalla, affettuosa, come potrebbe fare un padre col proprio figlio.
Ora le lacrime mi uscirono sul serio, non so se per lo sfogo, o per la commozione, mi inginocchiai al suolo, alzai lo sguardo al cielo scuro, e per un secondo o due vidi uno spacco, un piccolissimo spacco di luce. Piansi ancora. E poi sorrisi.
“Non ti fidare degli umani”, lo diceva sempre anche mia madre. E aveva ragione, ma almeno ora uno di loro mi aveva portato fortuna, seppur indirettamente.


Andrea Mucciolo